Albero genealogico: opportunità per una spiritualità più matura
I defunti sono “diversamente vivi” e pregano per i propri cari sulla terra
I defunti sono “diversamente vivi” e pregano per i propri cari sulla terra

Questo è l’albero genealogico di Gesù
Albero genealogico: due parole da pronunciare insieme (un sintagma, per usare un termine tecnico), che richiamano l’immagine di grandi quadri che graficamente, attraverso appunto la raffigurazione di un albero ampiamente ramificato, riassumono le ascendenze di famiglie nobili.
In realtà, tutti abbiamo un albero genealogico, che, nel migliore dei casi, può risalire ai nostri trisnonni, ma che, in genere, si ferma ai bisnonni. Comunque, se si facessero ricerche negli archivi, soprattutto parrocchiali – dove a partire più o meno dal 1500 i parroci cominciarono a compilare registri di battesimo, di matrimonio, di morte – sarebbe indubbiamente possibile conoscere i nomi di nostri antenati più lontani nel tempo.

I defunti sono diversamente vivi
Ma chi sono questi antenati? Sono uomini e donne che ci hanno preceduti nei secoli e che ora, nella dimensione della Comunione dei Santi – come insegna la Chiesa – sono «viventi» o – per usare un’espressione oggi di moda in diversi ambiti – «diversamente vivi». Meglio dunque usare, per riferirsi a loro, questi termini che non il più comune «defunti», una parola che deriva dal verbo latino desum, formato dal prefisso de – che indica un’idea di sottrazione, di venir meno – e dal verbo sum, cioè esisto (si pensi, ad esempio, alla celebre frase di Cartesio cogito, ergo sum); pertanto, etimologicamente «i defunti» sono «coloro che sono venuti a mancare», che «sono assenti».

La preghiera di intercessione per i defunti è aspetto fondamentale della spiritualità cristiana
Ma sono davvero assenti e lontani da noi? Chi ha partecipato al «Ritiro di intercessione per la guarigione dell’albero genealogico», organizzato il 9 e il 10 novembre 2024 dalla Famiglia della Luce con Camilla, ha avuto modo di maturare, o consolidare, la convinzione che le persone a noi care, ormai libere dai limiti del corpo, sono connesse con noi in una comunità spirituale, capace di generare una forma di «solidarietà intergenerazionale», che ci porta a pregare e a intercedere gli uni per gli altri.
È, questo, un insegnamento teologico molto importante, di cui diede testimonianza anche il grande poeta «cristiano» Dante Alighieri. Nella cantica del Purgatorio – che compose tra il 1313 e il 1315 – il sommo poeta sottolinea l’idea che i vivi possono aiutare i trapassati a scontare più rapidamente le loro colpe e che i «purganti» possono, a loro volta, venire in aiuto dei vivi con le loro preghiere. Vediamo rapidamente, parafrasandoli, i versi che il poeta dedica a questi concetti.
UN PERCORSO CRISTIANO CHE RICONCILIA CON IL PASSATO!
Affronta le ferite del tuo albero genealogico con noi…
Un intenso ritiro spirituale dove faremo luce sulle implicazioni collegate alla nostra genealogia incrociando elementi di teologia e di psicologia. Un momento particolare sarà dedicato alle ferite di chi ha vissuto un aborto. È condotto da Don Giuseppe D'Aquino con Elisabetta Fezzi e Fabrizio Penna

Le cornici del purgatorio dantesco
Nel III canto, Dante, nella sua «visione» letteraria, incontra, tra gli scomunicati dalla Chiesa, l’anima del figlio del grande imperatore Federico II di Svevia, Manfredi, che gli racconta la sua tragica morte nella battaglia di Benevento del 1266 e il suo pentimento in extremis, accolto dalla «bontà infinita» di Dio. Il giovane re gli chiede poi di riferire a sua figlia Costanza che lui è «salvo» in Purgatorio, ma che ha bisogno di preghiere per proseguire più rapidamente nella sua purificazione e motiva tale richiesta con questa ferma asserzione: «chè qui per quei di là molto s’avanza», cioè: «perché qui, nel Purgatorio, si avanza molto nella purificazione, grazie alle preghiere di coloro che sono ancora di là, ossia sulla terra». Del resto l’efficacia della preghiera per le anime del Purgatorio venne chiaramente illustrata dal grande san Tommaso D’Aquino nella sua Summa theologiae.
Ma torniamo al nostro Dante che, nel canto XI sempre del Purgatorio, spiega il concetto complementare: coloro che sono nel Purgatorio pregano costantemente per i vivi. Il poeta, proprio all’inizio del canto, pone in bocca ai superbi la preghiera del Padre Nostro. Ora, dopo aver recitato il versetto che dice «non abbandonarci alla tentazione», i superbi spiegano: «Quest’ultima preghiera, Segnor caro, /già non si fa per noi, chè non bisogna, /ma per color che dietro a noi restaro», vale a dire: «Quest’ultima preghiera, o Signore, non la facciamo per noi, che non siamo più sottoposti alle tentazioni e quindi non ne abbiamo più bisogno, ma la recitiamo per coloro che sono rimasti dietro a noi, cioè per i vivi».
Dunque, questa comunione di preghiera, che non conosce limiti di spazio e di tempo, può aiutarci a vivere meglio, consapevoli di essere inseriti in una intensa dimensione relazionale all’interno di quella circolarità di amore che sgorga da Gesù, «il Logos, la Parola di Dio che si è fatta carne», come ricorda san Giovanni nel Prologo del quarto Vangelo.


Sono nata e vivo a Torino. Ho dedicato la vita alla scuola, dove, per non pochi anni, ho insegnato materie letterarie nei licei. Scrittrice e giornalista, collaboro con alcuni giornali, soprattutto a livello letterario e, interessata alla scrittura di genere storico-biografico, ho pubblicato alcune biografie presenti sul web. Mi piace leggere, scrivere e… ricamare. Ho una particolare empatia per i gatti.




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